Ed eccoci con un mio nuovo racconto. Premetto: non uno dei più riusciti, ma fa niente, lo considero una sorta di novella di transizione tra il vecchio me ed il nuovo me stesso. Una sorta di pupa, nè bruco nè farfalla, insomma. La versione che vi propongo è un’edizione riveduta e corretta nella sua forma integrale dato che, in passato, questo mio racconto aveva subito dei tagli. Preparatevi, dunque, ad una lunga lettura, anche se divisa in più parti, e tenete bene a mente ciò che vi ho appena detto. Leggeremo presto un mio nuovo racconto, diretta evoluzione di questo.
Gianluca Sabato
In questa novella, ho provato a sintetizzare numerose tematiche pirandelliane, cercando sempre di non ricadere nel banale, realizzando, quindi, una rielaborazione in chiave originale e, forse, più moderna del pensiero di Luigi Pirandello. Dopo un’attenta lettura dell’elaborato, si possono certamente notare, immersi in un sostrato caratterizzato da un vorticoso intreccio di vicende che si svolgono parallelamente, numerosi punti di interesse collegati, naturalmente, alla tematica pirandelliana. Innanzitutto sono state rappresentate le grandi tematiche delle convenzioni sociali e del contrasto fra apparenza e realtà; la prima rintracciabile nella veloce allusione al rapporto, ormai puramente formale, che vi è fra il padre e la madre di Andrea, la seconda nella storia, nel background, di Mok e di Andrea stesso. Poi si è cercato di analizzare le tematiche dell’incomunicabilità e della lucida pazzia, potendo vedere la prima nei racconti di Mok e Andrea, la seconda inizialmente solo nella tormentata personalità di Mok e poi in Andrea. Ultima che citerò, ma non ultima fra tutte le tematiche prese in considerazione nello svolgimento di questo lavoro, è quella, tipicamente e squisitamente pirandelliane, delle maschere, delle apparenze, che ci creiamo e che gli altri ci addossano, senza possibilità di distruggerle e di rivelarci per quello che siamo.
In sintesi, la novella narra della storia di un alieno, di nome Mok, che precipitato sulla terra ha modo di completare il suo iter “pirandelliano” arrivando, quindi, alla pazzia e di un bambino, di nome Andrea che ha numerosi punti in comune con la personalità dello stesso alieno.
Gianluca Sabato
A cura di: Gianluca Sabato
“Papà, papà. Guarda che bello”. “Dai, Andrea, scendi giù. Sì cara, un momento, arriviamo”. Il tranquillo suono metallico dei grilli innamorati faceva da sottofondo a quella afosa serata. Sì, era estate, proprio quel periodo in cui tutti gli insetti paiono risvegliarsi ed i grilli, come invasi da un misterioso spirito creativo, quasi come in un antico rito pagano, persosi ormai nelle dense e lattee nebbie del tempo, iniziano a sgranchire le loro zampe; prima una, poi l’altra fino ad arrivare a quelle posteriori. E poi, prima qualche tentativo solitario, poi una chiassosa sinfonia, musica stridula e dolce, dal gusto agre come un limone dolce, di quelli coltivati nelle vallate della periferia cittadina. Ma, in quel preciso istante, la piccola voce del piccolo Andrea copriva quella sinfonia d’amore. C’erano solo un paio di grilli a schiarirsi la voce. I loro teneri lamenti provenivano, un po’ sbiaditi dall’intensa umidità e dalla completa assenza di vento, da una piccola striscia di terreno, incolto ed orgoglioso, addormentata, supina, davanti ad un palazzone, alto, di periferia. Su per giù al secondo piano del complesso, però, vi era una piccola insenatura. Una veranda, una verandina. Raccolta. Ariosa. Felice. Lì Era tutto delizioso, tutto ben curato. Un piccolo recinto di canne e fiori intrecciati proteggeva quel piccolo spazio dal vento, che durante l’inverno si alzava tremendo, bora arrabbiata e cattiva, forza che divelleva ogni più piccola radice ed ogni più grande fusto. Ma, strano a dirsi, quelle canne resistevano, ultimi eroi di un mondo ormai perduto. Numerosi vasi in cotto rossiccio adornavano il pavimento in pietra viva, macchiato in qualche punto di nero, forse i residui, stanchi, di un vecchio barbecue. Da quei vasi crescevano e ricadevano giù copiosi, perdendosi nell’aroma notturno, gerani di ogni tipo, violacciocche e panzee. Silebte, un gazebo, bianco e alto, si ergeva maestoso sulle teste dei ranuncoli e dei gigli, ombreggiando con tratti maldestri ed insicuri la parete dell’edificio. “Andrea, entra. Corri a lavarti le mani, la mamma ci sta aspettando”. “Dai papà, solo due secondi ancora. Voglio guardare un altro po’ nel telescopio”. Quella sera il cielo era limpido, neanche una nuvola all’orizzonte per miglia e miglia. La luna, col suo pieno e madreperlaceo disco, illuminava di emaciata luce le membra cittadine: finestre spente, muri sporchi, lucernai accesi, strade deserte. Come una seconda luna era la città, ma ancora più pallida ed incerta: non di luce riflessa, ma dell’ombra di un riflesso essa viveva. Ma no, non sembrava curarsene. In fondo nessuno sembrava farci caso e questo le bastava, era felice così, coccolando le sue finestre spente, i suoi muri sporchi, i suoi lucernai accesi, le sue strade deserte. “Va bene, solo per questa volta. Fra cinque minuti in soggiorno e attento: non far cadere il telescopio”. Ora, sotto il protettivo abbraccio del bianco gazebo, ormai nero di notte ed umido d’acqua, c’era solo una figura in controluce, illuminata esclusivamente dal neon di un lampione stradale. Un po’ titubante, tesosi ogni suo nervo, solo, un piccolo e paffutello Andrea, orgoglioso dei suoi bei rotolini di ciccia che facevano capolino dalla magliettina unta di sudore, le mani strette in una morsa ineluttabile, forte e tenace come una tagliola da caccia, gli occhi, strabuzzati marcatamente per captare ogni singolo fotone siderale, avanzò, piano piano, leggero e strano. Si accostò al tubo ingranditore del padre, salì su uno scanno. Scricchiolò terribilmente sotto il peso del molosso e sembrava implorare pietà e confessare al Padre Eterno tutti i suoi peccati di povero sgabello prima di passare a miglior vita. Andrea accostò goffamente la testa al mirino del telescopio, concentrato. Preoccupato. “Sempre la stessa stella” pensò “sempre lei, fissa nel cielo… non cambia e non cambia”. Aveva incominciato a parlare da solo, un po’ come i grandi geni criminali. Lui, però, non era un genio. E neanche un criminale. Accostò allora la sua manina, stranamente abile nonostante le dita tozze e grosse, ad una alquanto misteriosa manopola. Luccicante! Un mezzo giro, poi un giro intero. Il telescopio ora scrutava il buio completo. “Dannazione” sospirò sottovoce “Devo ancora imparare bene… meglio che lo rimetta a posto oppure mio padre …”. Un mezzo giro, un giro intero. “No, non ci siamo”. Due giri completi ed un colpettino alla base. “No, no, no”. Mentre era così preso ed intento nello scandagliare la sua memoria più prossima, cercando di ricordarsi disperatamente la combinazione esatta per rimettere in posizione perfetta quel coso che sua padre, a volte, chiamava figlio (ma, teneva a precisarlo il piccolo Andrea, non era mica suo fratello), fu letteralmente folgorato da una luce immensa. Un fulmine globulare squarciò il tenebroso cielo, spaccando in due emisferi simmetrici la volta celeste. Veloce, velocissimo, sibilando paurosamente tagliò verticalmente il buio, scindendolo nei suoi più reconditi atomi, atomi irrequieti, vibranti, caldi, generati nella prima alba dell’uomo, quando il primo bambino cominciò ad avere paura del buio e dei mostri, annidati insidiosamente in ogni porzione di tenebra, sotto ogni letto, in ogni armadio. Atomi tangibili, concreti, reali. Atomi sfuggenti, invisibili ai più. Atomi invisibili a chi non conosce se stesso, intangibili per chi crede di essere quel che egli pensa che sia. Poi un improvviso cambio di traiettoria. Come un toro impazzito, furente alla vista del suo carnefice, del suo stolto matador che pensa, povero lui, di averla vinta contro la possente e dirompente forza della natura, così selvaggia eppure così docile, così mansueta eppure così irrefrenabile, incominciò a volteggiare nel cielo, percorrendo lunghe ellissi e cerchi concentrici, spostandosi prima in alto e poi veloce verso il basso, come un toro in carica contro una barricata di protezione, per poi risalire ed ondeggiare, ubriaco di spazio, barcollando come un po’ alticcio, fino a fermarsi, improvvisamente nel vuoto più vuoto, come ad osservare la città e la terra intera da quella posizione privilegiata. Meravigliosa! Un’esplosione. Improvvisa. Fragorosa. Tuonante. Andrea si voltò improvvisamente verso est, scrutando l’orizzonte bianchiccio in direzione della città. Chiuse gli occhi, accecato da un bagliore, non etereo come la luce lunare, ma intenso, rosso e viola, terribilmente accecante. Terribilmente. Gli occhi gli pulsavano, gonfi, lacrimavano come non mai. Sembravano quasi doversi staccare e cadere sulla dura pietra, che gridassero, disperati, folli, e chiedessero aiuto e soccorso. Il silenzio lo soffocava. Le orecchie gli fischiavano, i timpani si muovevano ritmicamente. Prosegui la lettura…