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Archivio per la categoria ‘Prosa’

Tripping

Dio santo, dio santo. E’ da quando mi sono svegliato che tengo quel cavolo di allarme dei vicini che suona al massimo volume senza un nanosecondo di pausa. E la cosa peggiore è che non mi fa concentrare su nulla questo dannatissimo rumore … o la cosa peggiore è il fatto che i vicini sono partiti per le vacanze di pasqua e non ci sia un cavolo di idiota che abbia le chiavi per far smettere questo strazio. Okay, mi devo rilassare e cercare di non diventare violento. Quindi per il pezzo che pubblico qui sotto non faccio alcuna introduzione di sorta. Sono fuori di me e non risponderei delle cose che scrivo xD. Ergo beccatevi questo trip nelle menti perverse dei fratelli Grimm e soci. TRIPPING!

Gianluca Sabato

A cura di: Gianluca Sabato

Allodola, curioso uccello. Curiosa, stai lì, immobile, fissando il cielo. Allodola dal dolce cuore, sogna, sogna senza addormentarti. Occhi aperti e sguardo fiero, idealizza il futuro disprezzando il presente. O Allodola, o allodola cara, tu ti curi dei pericoli immaginari, non ti sfiora la materialità. Non lo ammetti eppure è così. E così sogni, o dolce Allodola, idealizzi il futuro. Devi stare attenta, però. No, Allodola prediletta, non sei un piccione da prendere con una fava. No, tal regio legume non ti interessa. O mutevole Allodola, il tuo punto debole è un altro. Il più grande, per lo meno. Tu ne hai tanti, ma uno solo è grande. Mia ottusa Allodola, è vero, tu non metti bene a fuoco ciò che deve venire, non discerni la realtà dalla fantasia, speri e così passi della tua vita il più bel fior. Ma lo specchio è il tuo nemico. Mortal rivale lo specchietto che ti luccica un ammiccante sorriso. O sì, stramba Allodola, tu idealizzi anche il tuo fatal persecutore. Idiota di un’Allodola, tu ti abbandoni fra le sue untuose e brillanti braccia. Abbacinanti. E ti perdi. Sontuose sensazioni annebbiando il tuo sguardo. E così, tu fosti siccome immobile, e dato il mortal sospiro fosti cucinata in casseruola. Non rendendoti conto del sistema. Del diabolico piano. Della combutta di cuoco e cacciatore. Ma tu avevi il tuo ideale, finito al forno con le patate.

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Il tempo

17 settembre 2009 Gianluca Sabato 1 commento

Ed eccoci con un pezzo davvero strano. Eh già sarà che a volte ricado nel mio ermetismo, sarà che a volte mi piace fare il manierista, sarà, sarà, sarà che il pezzo è davvero carino anche se di difficile comprensione. Insomma, potrebbe anche essere che l’unico ad apprezzarlo e a comprenderlo sia io, ma fa niente, ormai l’ho scritto e ve lo pubblico. Non continuo oltre, mi sembra di cattivo gusto dato che sto presentando un mio lavoro. Buona lettura (e scusate per il titolo banale xD).

Gianluca Sabato

A cura di: Gianluca Sabato

“I cani, i cani, presto, presto. Fuggiamo, fuggiamo! Diamine … diamine che fate? Ci prenderanno, correte. Correte, dannazione, il tempo sta passando! I cancelli stanno per chiudersi, forza, forza!”. Tac.

Tic, Tac, Tic, Tac. Stac. Tic. Tac. Stic. Tac. Tic. Tum. Tum. Tum, Tum, Tum. Tic, Tic, Tic, Tic. Scorre. Tac. Fuggevole. Tac. Superbo. Tac. Ignorante e acerbo. Tac. Sapiente e maturo. Tac. Questo è il tempo. Tac. Questo è sicuro. Tic. Scusi, non è che mi può dire che ore sono?

“Era una mattina come tante, tantissime altre noiose mattine lì, sull’East River. Il sole riscaldava tiepido le tartarughe, ormai tiepide. Un falco si gettava in picchiata, quasi sfracellandosi sull’acciottolato del vialetto di ingresso. Il kit medico era pronto lì, al bordo della vasca dei pesci rossi. Già 22 punti questa settimana Una coccinella smaliziata si appoggiò sul davanzale della mia finestra all’istituto. Sospirai guardandola, lei non sapeva di lui. Soffiai per farla volare via nell’aria tiepida dell’East River. Noiosa aria di tiepido sole.”

E’ così, è così. Non facciamo discussioni inutili. E’ così il tempo. Contraddizione nella singolarità. Quanto ed onda. Doppia faccia. Doppio Gioco. Affascinante. Eretici, non lo comprendete, non lo amate. Al rogo! Il tempo E’. E sarà. Com’è stato. Fermarlo. Stolto! Chi credi di essere, tu, misero uomo, organico errore?! Chi sei, dimmi. Lui scorre, lui scappa, lui sembra quasi fermarsi. Non puoi. Tu. Non puoi. Viene e va, ardente, di soppiatto. Chi tu per capire!? Chi. Chi per sentire e comprendere. Dare un giudizio. Chi sei tu per questo. Incomprensione. Non comprendete. Logico. Senza logica che comprendiate. Perché non uno ma molti. Possibilità intrinseche legate da esili filamenti. Scissione. Cataclisma. Cambia. Lui si modifica. E genera nuovo. Spazio e suo compare. Fenice rinasce dalle ceneri. Splendente. Cattivo. Rapace. Buono. Conoscilo. Non comprenderlo. Comprendi?

il-tempo (Custom)

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La forza della vita

26 aprile 2009 Grazia Pia 2 commenti

Ti stringo forte a me per dirti che ci sono sempre, per sentire il tuo cuore sincronizzarsi con il mio e confondere le nostre lacrime in una dolce carezza di pianto, che ci unisce e ci divide per un attimo soltanto. Quale strano sentimento, quale moto dell’animo è questo, che porta turbamento anche alle mie certezze?Stringimi forte, piccino mio, per non perderci mai nelle strade del mondo. Accosta a me il tuo viso, ora ricoperto d’infinita tenerezza, e guarda i miei occhi fiduciosi e sorridenti, che ti ricordano che non sarai lasciato solo nemmeno quando grandi nuvole grigie giungeranno all’improvviso davanti al sole per oscurarlo. Non voglio andare via, nè potrei farlo. Come fa un fiume a scorrere lontano dal suo letto? Diventerebbe solo una massa d’acqua informe prosciugata dal terreno. Il vento ulula, brontola rumoroso, minacciando aria di tempesta. Vorrei fermarlo, per chiedergli il segreto della vita, per capire i misteri del mondo, per sapere come sia possibile che tu ora sia proprio qui, accanto a me, sul mio cuore, se nel mondo ci sono miriadi di cuori e di combinazioni differenti. . Perchè non mi risponde? Continua a gridare, ma mi lascia immersa in questo mio interrogativo, farfuglia qualcosa in un linguaggio che io non riesco a comprendere.
E, dopo un rimprovero e un momento di rabbia, su di te torna subito l’arcobaleno, perchè basta poco per riflettere la luce del sole nei tuoi occhi. Poi sei di nuovo tra le mie braccia, delicato come un petalo di rosa. Accarezzo le tue mani morbide e setose, baciandole dolcemente e impercettibilmente. Ora le tengo strette, di nuovo, per non farti andare via, perchè sei la gioia del mondo, bimbo mio.

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Premio “Modello Pirandello” 2008

10 febbraio 2009 Gianluca Sabato 8 commenti

Oggi sono qui a farmi i complimenti da solo. Che volete che sia. Ormai ci sono abituato. No, no, scherzo. Non sono così pieno di me. Ancora. Anzi, mettiamola così, che forse è meglio. Oggi sono qui a comunicarvi che il nostro blog ha ricevuto un grande riconoscimento. O  meglio, tale riconoscimento l’ha ricevuto il vostro admin. Ma per la proprietà transitiva … lo so, deformazione professionale da ingegnere. Per essere sintetico e per evitare anacoluti di sorta: io, Gianluca Sabato, con un mio racconto di prossima pubblicazione su questo blog sono entrato tra i finalisti e  ho vinto il premio speciale “Kiwanis Juonior” durante l’edizione 2008 del concorso “Modello Pirandello” che ormai da vent’anni invita i ragazzi a cimentarsi con lo stile e le tematiche pirandelliane. Insomma, per farvi capire meglio: ho vinto una sorta di premio della critica. E dati i complimenti ricevuti da persone competenti in quella sede posso ritenrmi ampiamente soddisfatto. Non ci credete? Ebbene, qui sotto ci sono le prove. E, se doveste gridare al fotomontaggio, vi consiglierei di andare a controllare sul sito del concorso. E lo so, è inutile che continuiate e ripetermelo, questo non è uno dei miei interventi più brillanti: che volete sono le 23 e non sono certo un intellettuale nottambulo. Alla prossima!

MOTIVAZIONE PER L’ASSEGNAZIONE DEL PREMIO:

Racconto meritevole di riletture e riflessioni, sia per spessore concettuale che per tensione espositiva finalizzata – ed è qui l’aggancio non scolastico al “modello” – ad un rapporto interattivo con il lettore che nasce e si evolve attraverso la tipologia del monodialogo.

TITOLO DELLA NOVELLA:

Dialogus De Doctrinibus

The Ego’s Lost Chapters About Science

[...]

Gianluca Sabato


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Una notte d’inverno…

23 gennaio 2009 Grazia Pia 2 commenti

E la pioggia pian piano tintinna, si posa leggiadra sulle foglie degli alberi, danza lieta sul mondo nel silenzio della notte, scorrendo sul vetro delle finestre, senza chiedere il permesso, senza bussare, come la vita che scorre nel tempo che va, quel tempo che non cambia mai, che mantiene la sua costanza, eppure che pare agli occhi dell’uomo ora lento, ora troppo veloce, ora interminabile, ora inafferrabile. E tu sei li, avvolto in quelle lenzuola, in quelle poche certezze che faticosamente vorrebbero restare in piedi, a pensare a questi misteri, a questa magia, al potere del creato e a quello delle parole, che insieme al suono di quelle gocce infrante contro  il mondo ti entrano nella pelle, ti attraversano senza pietà. Vogliono da te una risposta, una spiegazione per tutto questo. Ma la bellezza è in ciò che si può solo immaginare. E, chiudendo gli occhi stanchi, ti ricongiungi a quel cielo bagnato d’amore…

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24 Hours Playlist – Parte Seconda

2 gennaio 2009 Mr_Rud 1 commento

Salve a tutti,  ecco la seconda parte del racconto, visti i recenti sviluppi della mia esistenza, ho deciso di dividere il racconto in tre parti, ci vediamo alla prossima

Rudin” Mr_Rud” Peshkopia

A Cura di: Mr_Rud

I giorni passano, io cambio ogni giorno e non me ne accorgo; gli altri cambiano forse ancora di più, ma non faccio in tempo a notarlo, mi affido alla musica per fare il punto della situazione; guardo il mio lettore mp3: nero, lucido, il touchscreen che riflette la mia faccia, il led inanimato che assomiglia ad una versione perversa e refrattaria dell’occhio del grande fratello, oppure di quello di HAL, il mega computer di 2001 Odissea nello Spazio, non so decidermi a quale figura dell’immaginario collettivo dovrei associare il mio preziosissimo aggeggio; alla fine decido che tutto ciò non ha importanza, metto che cuffie alle orecchie e schiaccio il pulsante di accensione.
Play |> Astronomy – Blue Oyster Cult.
Mi stupisco, guardo ancora il lettore: perchè ho messo questa canzone ? Da dove l’ho presa ? So che esiste una versione dei Metallica, so che mi piacciono alcune canzoni dei Blue Oyster Cult, conosco Don’t Fear The Reaper e Joan Crowford, ma questa non l’avevo mai notata. È strana, suadente e terribilmente decadente. È pomeriggio, dopo pranzo di un giorno come un altro, la canzone mi fa sognare nonostante questo non lo voglia, vedo la grandiosità della volta celeste racchiusa in un gruppo di 6 elementi, vorrei dormire e abbandonarmi a questo giubilo, mentre il pianoforte sussurra, mentre la voce del cantante racconta di grandi avventure e grandiose suggestioni; mai ho pensato che gli infiniti miti che riguardavano le stelle potevano essere racchiusi in un simile gioiello, ma non ho tempo per questo, o almeno, non voglio averne. Schiaccio Next. Prosegui la lettura…

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Natale

26 dicembre 2008 IsaTheStrange Nessun commento

Isa ritorna, dopo una sua assenza piuttosto lunga. E torna fugace ma profonda come non mai. Corto, breve, sintetico questo suo lavoro. Ma colpisce nel cuore. Isa riesce a farci vedere il Natale da una prospettiva diversa, ce lo fa vedere dal punto di vista più vero del suo cuore. Abbandoniamoci, dunque, al suo accativante stile e lasciamo il cuore libero di vagare. Di cercare la fermata del pullman.

Gianluca Sabato

A cura di: IsaTheStrange

Quanto può essere sadico e crudele il Natale…solo il mio cuore lo sa.
Quella fantomatica e dubbia gioia di cui tutti parlano, io l’ho vista: ma era un uragano furioso, e non è stata gioia, ma devastazione.
Una devastazione che dal di fuori è penetrata sotto la pelle delle mie mani, e le sento prudere dall’irrefrenabile voglia di distruggere ogni cosa, e sanguinare.
Come rendersi conto di avere davanti agli occhi un bel blocco concentrato di tristezza mista a rabbia, prendere un liscissimo foglio di carta colorato, impacchettarlo, metterci sopra un grande fiocco rosso e regalarlo a se stessi…per Natale.
E chiedersi ancora una misera e stanchissima volta il perchè di tanto debilitante dolore…E per l’ennesima misera e stanchissima volta non riuscire a trovare una risposta.
E forse dovrei anche vergognarmi ad associare la parola dolore a mio stato d’animo perchè immagino di peccare di rispetto e realismo, ma nel mio insignificante universo sento che fa male, e non potrei affermare il contrario.
Come posso dire con parole umane ciò che provo non mi è dato di saperlo, così cerco ingenuamente di farmi capire da chi il mio dolore l’ha sentito almeno una volta, strascicando parole apparentemente sconnesse.
Ho paura che smetterò di sognare, di desiderare: è come vivere consapevolmente un’illusione infondo, e non gioverebbe affatto.
Sono le 16.40 del 25 dicembre 2008. Fuori l’aria è gelida. Le luminarie a festa, flebili e malridotte, mi ricordano che è Natale. Non sono felice. Da qui è tutto. Buon Natale.

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Con occhi nuovi

13 dicembre 2008 Grazia Pia Nessun commento

A cura di: Grazia

Corro, ma quelle nuvole ovattate corrono pi� di me. Come sono belle, non ne avevo mai viste così. O forse non le avevo mai guardate in questo modo. Mi perdo nella loro magia. Come zucchero filato si ergono dinanzi a me.Sembra che un filo invisibile le tenga sospese sopra la mia testa. Vorrei allungare la mano per afferrarne una ed assaggiare un po’ di quella dolcezza, come il bambino che dalla culla anela ai sonagli che si muovono sopra di lui. E mi diverto a viaggiare non solo con il corpo, ma anche con la fantasia. Quella laggiù è un pesce tolto dal suo mare, che boccheggia e si dimena cercando la sua vita, come un uomo sradicato dai suoi affetti e dalle sue abitudini. Quell’altra è un neonato che nel grembo materno si abbandona fiducioso alla vita.

Ed ecco uno stormo di passerotti che fende l’aria per raggiungere la chioma dell’albero più vicino, dove potersi accoccolare e trovare riparo dopo un lungo cammino. Che teneri,si muovono sempre tutti insieme, per non rischiare di perdersi nel vento della solitudine.Ed è incredibile notare nel loro battito d’ali, esattamente sincronizzato,la perfezione della natura, non intaccata dal germe di distruzione portato dagli esseri umani: la luna, con il suo volto stupito, che si nasconde pudica dietro una nuvola, il cielo che con il suo rosa tradisce l’emozione per un sole che sparisce dietro gli alberi, illuminando ancora fino all’ultimo istante i campi della vita tutto intorno…In lontananza le luci tremolanti di una città che incerta saluta la notte.E con la mente abbatto tutti i ponti e le strade che mi separano da quell’infinito che mi si presenta davanti e in cui mi sento smarrita, nell’incanto di uno spettacolo a cui non avevo mai prestato tanta attenzione.Torno a casa,vado di nuovo incontro alle mie certezze, mentre queste quattro ruote girano, i chilometri passano,insieme ai minuti che accompagnano le mie riflessioni.Le nuvole continuano a correre,ma di passerotti non ne vedo più: il paesaggio si tramuta lentamente dinanzi ai miei occhi, mentre io no…Sono nuova – questo si- ho davanti nuovi giorni,nuovi mondi, ma sono sempre la stessa.Sono e sar� sempre io.E intanto,in questa consapevolezza e speranza al tempo stesso, mi lascio scappare un sorriso di serenità…

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24 Hours Playlist – Parte Prima

11 dicembre 2008 Mr_Rud Nessun commento

Un’intera giornata immaginata in musica: per la prima volta lascio le cupe notti della maledetta D City per scrivere un racconto un po’ più personale, nel quale mostro come la musica, sia se ascoltata sia se ricordata, possa influenzare le giornate di ognuno di noi. La seconda parte verrà pubblicata a breve, grazie a tutti per l’attenzione.

Rudin “Mr_Rud” Peshkopia

A cura di: Mr_Rud

Sveglia, alzati: Homer Simpson – Los Fastidios.
Il cellulare suona l’mp3 registrato e mi riporta alla realtà: tutto l’immaginario che ogni notte mi porto con me, dalle ragazza che ho sempre voluto avere ai destini futuri che avrei voluto vedere realizzati in un battito di ciglia: ritrovarmi realizzato, da qualche parte nel mondo, è stato sempre un sogno ricorrente e ogni notte apriva, nel mio immaginario lucido, idee di progetti e scenari che non avrei certo disdegnato.
Mi alzo, abbandono il letto e subito, mentre le mani si strofinano sulla faccia, il mio cervello si mette in moto e va su di giri.
—-> Woke Up This Morning – Alabama 3.
Cerco di pensare dove il mio cervello abbia preso questo brano, non accorgendomi che la modalità di riproduzione casuale non attingeva solo dalle canzoni che normalmente sentivo di qua e di là, ma anche dall’intero repertorio di esperienze, conoscenze, film visti e suoni ambientali che mi capitava di memorizzare un po’ casualmente. Un’altra strofinata e la memoria, come un disco rigido che ha bisogno di un po’ più di tempo per iniziare a funzionare a dovere, mi risponde che il brano acid blues è la colonna sonora della serie televisiva de “I Soprano”. Mentre le informazioni viaggiano alla velocità di deriva degli elettroni, non riesco a distogliere l’attenzione dalla canzone balzata nella mia mente; in bagno il pezzo continua, mentre io mi pulisco a ritmo di sintetizzatore e voce suadente. La melodia è presente, elettrificata dagli strumenti, solo la voce che canta costituisce un legame con un mondo caldo e accogliente che in quel momento, nella stanza dominata dalla musica e dai colori freddi, sembra sempre più lontano e diventa perfettamente identificabile con il mondo dei sogni che pochi minuti prima sono stato costretto a lasciare.
Eppure la canzone è violenta: appartiene ad una serie che riguarda una famiglia fatta da mafiosi, il cantante incita a procurarsi un’arma, e non per autodifesa, parla di eletto nato sotto una cattiva stella. In uno slancio di fede new age cerco di capire il perché di questa scelta: perché il cervello mi avverte con questa canzone ? Cerca di dirmi che oggi è il giorno della ribalta ? Succederà qualcosa che in un modo o in un altro cambierà la mia vita ? Magari prima di andare all’università, passerò da un armaiolo, magari là c’è già una pistola prenotata a mio nome, oppure mi rivolgerò ad un poco di buono per la strada, magari conosce qualcuno che mi può vendere un’arma subito subito. Ma perché dovrei avere un’arma ? Per uccidere il professore pedante forse ? Magari mi gira che faccio qualcosa a metà tra Pulp Fiction e The Boondock Saints, recitando una preghiera mentre i proiettili della mia 9 millimetri nuova di zecca si abbattono sul malvagio professore, creando un bello spettacolo, sperando che i presenti non gridino subito per l’orrore. In fondo non avrebbero di perché farlo: tutti odiano il professore.

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Mok: tutto l’Universo è paese – RM – DCE – Parte 1

Ed eccoci con un mio nuovo racconto. Premetto: non uno dei più riusciti, ma fa niente, lo considero una sorta di novella di transizione tra il vecchio me ed il nuovo me stesso. Una sorta di pupa, nè bruco nè farfalla, insomma. La versione che vi propongo è un’edizione riveduta e corretta nella sua forma integrale dato che, in passato, questo mio racconto aveva subito dei tagli. Preparatevi, dunque, ad una lunga lettura, anche se divisa in più parti, e tenete bene a mente ciò che vi ho appena detto. Leggeremo presto un mio nuovo racconto, diretta evoluzione di questo.

Gianluca Sabato

In  questa novella, ho provato a sintetizzare numerose tematiche pirandelliane, cercando sempre di non ricadere nel banale, realizzando, quindi, una rielaborazione in chiave originale e, forse, più moderna del pensiero di Luigi Pirandello. Dopo un’attenta lettura dell’elaborato, si possono certamente notare, immersi in un sostrato caratterizzato da un vorticoso intreccio di vicende che si svolgono parallelamente, numerosi punti di interesse collegati, naturalmente, alla tematica pirandelliana. Innanzitutto sono state rappresentate le grandi tematiche delle convenzioni sociali e del contrasto fra apparenza e realtà; la prima rintracciabile nella veloce allusione al rapporto, ormai puramente formale, che vi è fra il padre e la madre di Andrea, la seconda nella storia, nel background, di Mok e di Andrea stesso. Poi si è cercato di analizzare le tematiche dell’incomunicabilità e della lucida pazzia, potendo vedere la prima nei racconti di Mok e Andrea, la seconda inizialmente solo nella tormentata personalità di Mok e poi in Andrea. Ultima che citerò, ma non ultima fra tutte le tematiche prese in considerazione nello svolgimento di questo lavoro, è quella, tipicamente e squisitamente pirandelliane, delle maschere, delle apparenze, che ci creiamo e che gli altri ci addossano, senza possibilità di distruggerle e di rivelarci per quello che siamo.
In sintesi, la novella narra della storia di un alieno, di nome Mok, che precipitato sulla terra ha modo di completare il suo iter “pirandelliano” arrivando, quindi, alla pazzia e di un bambino, di nome Andrea che ha numerosi punti in comune con la personalità dello stesso alieno.

Gianluca Sabato

A cura di: Gianluca Sabato

“Papà, papà. Guarda che bello”. “Dai, Andrea, scendi giù. Sì cara, un momento, arriviamo”. Il tranquillo suono metallico dei grilli innamorati faceva da sottofondo a quella afosa serata. Sì, era estate, proprio quel periodo in cui tutti gli insetti paiono risvegliarsi ed i grilli, come invasi da un misterioso spirito creativo, quasi come in un antico rito pagano, persosi ormai nelle dense e lattee nebbie del tempo, iniziano a sgranchire le loro zampe; prima una, poi l’altra fino ad arrivare a quelle posteriori. E poi, prima qualche tentativo solitario, poi una chiassosa sinfonia, musica stridula e dolce, dal gusto agre come un limone dolce, di quelli coltivati nelle vallate della periferia cittadina. Ma, in quel preciso istante, la piccola voce del piccolo Andrea copriva quella sinfonia d’amore. C’erano solo un paio di grilli a schiarirsi la voce. I loro teneri lamenti provenivano, un po’ sbiaditi dall’intensa umidità e dalla completa assenza di vento, da una piccola striscia di terreno, incolto ed orgoglioso, addormentata, supina, davanti ad un palazzone, alto, di periferia.  Su per giù al secondo piano del complesso, però, vi era una piccola insenatura. Una veranda, una verandina. Raccolta. Ariosa. Felice. Lì Era tutto delizioso, tutto ben curato. Un piccolo recinto di canne e fiori intrecciati proteggeva quel piccolo spazio dal vento, che durante l’inverno si alzava tremendo, bora arrabbiata e cattiva, forza che divelleva ogni più piccola radice ed ogni più grande fusto. Ma, strano a dirsi, quelle canne resistevano, ultimi eroi di un mondo ormai perduto. Numerosi vasi in cotto rossiccio adornavano il pavimento in pietra viva, macchiato in qualche punto di nero, forse i residui, stanchi, di un vecchio barbecue. Da quei vasi crescevano e ricadevano giù copiosi, perdendosi nell’aroma notturno, gerani di ogni tipo, violacciocche e panzee. Silebte, un gazebo, bianco e alto, si ergeva maestoso sulle teste dei ranuncoli e dei gigli, ombreggiando con tratti maldestri ed insicuri la parete dell’edificio. “Andrea, entra. Corri a lavarti le mani, la mamma ci sta aspettando”. “Dai papà, solo due secondi ancora. Voglio guardare un altro po’ nel telescopio”. Quella  sera il cielo era limpido, neanche una nuvola all’orizzonte per miglia e miglia. La luna, col suo pieno e madreperlaceo disco, illuminava di emaciata luce le membra cittadine: finestre spente, muri sporchi, lucernai accesi, strade deserte. Come una seconda luna era la città, ma ancora più pallida ed incerta: non di luce riflessa, ma dell’ombra di un riflesso essa viveva. Ma no, non sembrava curarsene. In fondo nessuno sembrava farci caso e questo le bastava, era felice così, coccolando le sue finestre spente, i suoi muri sporchi, i suoi lucernai accesi, le sue strade deserte. “Va bene, solo per questa volta. Fra cinque minuti in soggiorno e attento: non far cadere il telescopio”. Ora, sotto il protettivo abbraccio del bianco gazebo, ormai nero di notte ed umido d’acqua, c’era solo una figura in controluce, illuminata esclusivamente dal neon di un lampione stradale. Un po’ titubante, tesosi ogni suo nervo, solo, un piccolo e paffutello Andrea, orgoglioso dei suoi bei rotolini di ciccia che facevano capolino dalla magliettina unta di sudore, le mani strette in una morsa ineluttabile, forte e tenace come una tagliola da caccia, gli occhi, strabuzzati marcatamente per captare ogni singolo fotone siderale, avanzò, piano piano, leggero e strano. Si accostò al tubo ingranditore del padre, salì su uno scanno. Scricchiolò terribilmente sotto il peso del molosso e sembrava implorare pietà e confessare al Padre Eterno tutti i suoi peccati di povero sgabello prima di passare a miglior vita. Andrea accostò goffamente la testa al mirino del telescopio, concentrato. Preoccupato. “Sempre la stessa stella” pensò “sempre lei, fissa nel cielo… non cambia e non cambia”. Aveva incominciato a parlare da solo, un po’ come i grandi geni criminali. Lui, però, non era un genio. E neanche un criminale. Accostò allora la sua manina, stranamente abile nonostante le dita tozze e grosse, ad una alquanto misteriosa manopola. Luccicante! Un mezzo giro, poi un giro intero. Il telescopio ora scrutava il buio completo. “Dannazione” sospirò sottovoce “Devo ancora imparare bene… meglio che lo rimetta a posto oppure mio padre …”. Un mezzo giro, un giro intero. “No, non ci siamo”. Due giri completi ed un colpettino alla base. “No, no, no”. Mentre era così preso ed intento nello scandagliare la sua memoria più prossima, cercando di ricordarsi disperatamente la combinazione esatta per rimettere in posizione perfetta quel coso che sua padre, a volte, chiamava figlio (ma, teneva a precisarlo il piccolo Andrea, non era mica suo fratello), fu letteralmente folgorato da una luce immensa. Un fulmine globulare squarciò il tenebroso cielo, spaccando in due emisferi simmetrici la volta celeste. Veloce, velocissimo, sibilando paurosamente tagliò verticalmente il buio, scindendolo nei suoi più reconditi atomi, atomi irrequieti, vibranti, caldi, generati nella prima alba dell’uomo, quando il primo bambino cominciò ad avere paura del buio e dei mostri, annidati insidiosamente in ogni porzione di tenebra, sotto ogni letto, in ogni armadio. Atomi tangibili, concreti, reali. Atomi sfuggenti, invisibili ai più. Atomi invisibili a chi non conosce  se stesso, intangibili per chi crede di essere quel che egli pensa che sia. Poi un improvviso cambio di traiettoria. Come un toro impazzito, furente alla vista del suo carnefice, del suo stolto matador che pensa, povero lui, di averla vinta contro la possente e dirompente forza della natura, così selvaggia eppure così docile, così mansueta eppure così irrefrenabile, incominciò a volteggiare nel cielo, percorrendo lunghe ellissi e cerchi concentrici, spostandosi prima in alto e poi veloce verso il basso, come un toro in carica contro una barricata di protezione, per poi risalire ed ondeggiare, ubriaco di spazio, barcollando come un po’ alticcio, fino a fermarsi, improvvisamente nel vuoto più vuoto, come ad osservare la città e la terra intera da quella posizione privilegiata. Meravigliosa! Un’esplosione. Improvvisa. Fragorosa. Tuonante. Andrea si voltò improvvisamente verso est, scrutando l’orizzonte bianchiccio in direzione della città. Chiuse gli occhi, accecato da un bagliore, non etereo come la luce lunare, ma intenso, rosso e viola, terribilmente accecante. Terribilmente. Gli occhi gli pulsavano, gonfi, lacrimavano come non mai. Sembravano quasi doversi staccare e cadere sulla dura pietra, che gridassero, disperati, folli, e chiedessero aiuto e soccorso. Il silenzio lo soffocava. Le orecchie gli fischiavano, i timpani si muovevano ritmicamente. Prosegui la lettura…

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